La Corte d’Assise di Latina ha condannato mercoledì a 16 anni di reclusione Antonello Lovato, il titolare dell’azienda agricola in cui, nel giugno 2024, il bracciante indiano Satnam Singh perse un braccio in un incidente sul lavoro e morì poco dopo. Il caso è diventato in due anni il simbolo della lotta al caporalato e allo sfruttamento del lavoro migrante nelle campagne italiane.

I giudici hanno riconosciuto Lovato colpevole di omicidio volontario con dolo eventuale: secondo l’accusa non intendeva uccidere Singh, ma di fronte al rischio concreto che le sue azioni ne causassero la morte ha scelto comunque di agire, accettandone le conseguenze.

La procura, al termine di una requisitoria durata due ore e mezza, aveva chiesto una condanna a 22 anni, la pena è stata ridotta dopo il riconoscimento delle attenuanti generiche.

“Quella di Satnam Singh è la morte di un uomo che si poteva salvare, una vita che non si è spezzata all’improvviso, ma lentamente”, ha detto in aula la procuratrice aggiunta Luigia Spinelli. Lovato, dopo le arringhe difensive degli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, ha respinto l’accusa: “Non accetto una condanna per aver voluto togliere la vita a un uomo. Sono certo di non aver voluto la sua morte: credo nella giustizia e credo in questa Corte”.

Singh, 31 anni, il 17 giugno 2024 perse un braccio mentre lavorava con un macchinario avvolgiplastica privo di protezioni nei campi di Borgo Santa Maria, nell’Agro Pontino. Invece di chiamare i soccorsi, Lovato lo caricò su un furgone insieme all’arto reciso, riposto in una cassetta della frutta, e lo abbandonò davanti a casa, a Cisterna di Latina, dove ad attenderlo c’era la compagna Soni. Il bracciante morì in ospedale due giorni dopo, il 19 giugno, essendo arrivato troppo tardi per essere salvato.

Un secondo procedimento, ancora in corso, vede Lovato imputato per il reato di sfruttamento del lavoro. Un ispettore dei carabinieri ha testimoniato che Singh non era formalmente assunto e non aveva il permesso di soggiorno, e che il giorno dell’incidente soltanto due lavoratori dell’azienda risultavano regolarmente dichiarati. Secondo la procura, i braccianti erano impiegati in nero e pagati 5,50 euro l’ora.

Le reazioni

Cgil di Roma e Lazio, Flai Cgil di Roma e Lazio, Cgil di Frosinone Latina e Flai Cgil di Frosinone Latina, costituite parte civile nel processo, hanno definito la sentenza “un passaggio di giustizia importante e atteso”, che “rende giustizia alla memoria di Satnam, al dolore di Soni e della sua famiglia”.

Nella nota i sindacati sottolineano che la condanna conferma quanto sostenevano da due anni: “la morte di Satnam Singh non è stata una fatalità ma frutto di scelte che hanno impedito al bracciante di salvarsi”, avvenuta “dentro un sistema di sfruttamento fondato sul caporalato, sul lavoro irregolare, sul ricatto e sulla negazione dei diritti e della dignità delle persone”. Le organizzazioni chiedono ora di “rafforzare controlli, ispezioni, tutele e strumenti di contrasto al caporalato e al lavoro nero”, in attesa dell’esito del secondo processo per sfruttamento.

Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, presente a un presidio fuori dal tribunale, ha parlato di un “sistema di fare impresa” da contrastare, denunciando che “sul caporalato c’è ancora ipocrisia” a livello politico e culturale. Anche le amministrazioni locali coinvolte, costituitesi parte civile, hanno commentato la sentenza: la sindaca di Latina, Matilde Celentano, l’ha definita “una data storica”, mentre il sindaco di Cisterna di Latina, Valentino Mantini, ha detto che la condanna “pur non restituendoci Satnam Singh, rende comunque in parte giustizia a lui e alla sua famiglia” e deve diventare “un monito affinché caporalato e sfruttamento dei lavoratori vengano sconfitti”.

Anche l’associazione Libera, tramite una nota del suo ufficio di presidenza, ha chiesto “un radicale cambio di passo”, sostenendo che non bastano più “tavoli, promesse, passerelle” ma servono “leggi applicate, controlli continui” e l’abolizione della legge Bossi-Fini. I parlamentari M5S nelle commissioni Lavoro di Camera e Senato hanno definito la sentenza un possibile “punto di svolta”, chiedendo l’introduzione nel codice penale del reato di omicidio sul lavoro.

Le misure del governo, tra promesse e critiche

Il governo Meloni ha più volte rivendicato il proprio impegno contro il caporalato dal giorno della morte di Singh: tra le misure citate figurano il “Decreto Primo Maggio” 2026, un pacchetto da circa 934 milioni di euro rivolto in parte al contrasto del cosiddetto caporalato digitale nelle piattaforme di lavoro, oltre a promesse di migliaia di nuove ispezioni nei campi, alcune con l’uso di droni, soprattutto tra Calabria e Basilicata, e un aumento del numero di ispettori e carabinieri.

I sindacati contestano però che la risposta sia stata sufficiente. Il segretario generale della Flai Cgil, Giovanni Mininni, ha denunciato a giugno che il tavolo di confronto sul caporalato promesso dal governo dopo la morte di Singh “da due anni non è convocato”, e ha chiesto conto al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, della sorte del decreto sulla banca dati agricola annunciato nello stesso periodo. Mininni ha citato anche la recente strage di Amendolara, in Calabria, in cui hanno perso la vita alcuni braccianti migranti, come prova che “poco è cambiato”.

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